Quando ho incontrato la musica della BandaJorona, in un momento in cui più di un equivoco attraversava la scena folk dialettale soprattutto nell’ambito della scena romana, ho avuto immediatamente la sensazione che dietro una produzione che riecheggiava i canti della mala e gli stornelli e che aveva come numi tutelari due “grandi madri” come Graziella Di Prospero e Gabriella Ferri ci fosse un cammino che partiva da lontano e che altrettanto lontano avrebbe portato. Il fatto di essere nati a Roma significa assorbire forme, colori, storie e complessità di una metropoli ancorata ad una tradizione che si rimpasta continuamente con un tessuto sociale fatto di multiculturalità e di linguaggi inconsueti: saper disporre di quei linguaggi e restituirli in forma canzone senza indulgere a manierismi e ad esercizi di stile è operazione che, quando riesce, riempie di meraviglia.

BandaJorona si è imbevuta per anni delle suggestioni che transitavano per la Capitale, integrando ad esse una sensibilità contemporanea che non permetteva che restassero fuori tutta una serie di altre vicende. Come ad esempio l’esperienza sudamericana di Bianca, che a Roma chiamano “Jorona” proprio facendo riferimento al celebre pezzo “La Llorona” dal repertorio della leggendaria Chavela Vargas. O la profonda conoscenza del mondo mitteleuropeo, dei Kabarett e del teatro musicale di Monaco di Baviera e di Berlino, e il suo portato di Klezmer e Yiddish Song che si installa magicamente nella cultura capitolina. Un folk totale, insomma, a cui qualsiasi tentativo di riduzione a fenomeno locale va inevitabilmente stretto. In cui si canta in romano perché in romano si parla, ma per lo stesso motivo se è necessario ci si esprime in italiano, o in inglese, perfino.

Quando ho incontrato la musica della BandaJorona me ne sono innamorato a tal punto da rispondere senza indugio ad una sorta di chiamata: contribuire a restituirle la scena che merita. Una trasversalità così marcata dal punto di vista culturale, un impegno e una militanza così netta e categorica dal punto di vista politico-sociale, una capacità così rara di emozionare l’ascoltatore attraverso la narrazione di brandelli di vita vissuta e di quadri viventi fatti di personaggi ed accadimenti urbani non possono restare inascoltati finanche in un contesto impermeabile all’empatia come quello che ci troviamo a vivere in questo momento storico.

Dunque ho deciso di mettermi in cammino insieme a loro, e mi sono ritrovato a condividere con loro momenti di ansia apocalittica ed altri di felicità assoluta, fino ad avere tra le mani un disco che è la summa di quanto finora detto: i brani di questa raccolta di inediti sono come tante facce che vanno a comporre un prisma che rappresenta l’anima e la storia personale delle sue autrici, Bianca “La Jorona” Giovannini e Desirée Infascelli. Un disco in cui per la prima volta l’interpretazione e la rivisitazione di canti della tradizione cedono il passo all’autorialità, dando voce a sentimenti e a racconti scritti e narrati in prima persona. In cui ai classici strumenti folk (fisarmoniche, contrabbassi, mandolini, ciaramelle) si aggiungono ora sonorità elettroniche “stranianti”, che raccontano altre storie, o le stesse storie da altri punti di vista. In cui i testi talvolta abdicano addirittura al metro, pur di concentrarsi sul senso. In cui l’eco dei Maestri (Pier Paolo Pasolini, in primis) è una presenza costante e non rassicurante.

In questo cammino abbiamo incrociato la strada con persone di grande talento e grande umanità, che hanno messo la propria arte al servizio di un progetto davvero non facile. I loro suoni però si sono subito amalgamati perfettamente nel tessuto del disco. Alcuni pezzi sembrano nati per avere proprio quel determinato solo, quella precisa figurazione ritmica, quella particolare tessitura armonica. Ne risulta un disco corale e allo stesso tempo estremamente personale. Aver coinvolto musicisti di questo calibro e aver creato insieme a loro una sonorità così determinata e così fortemente voluta è uno dei nostri principali motivi di orgoglio. Da parte mia sopra ogni altra cosa c’è la consapevolezza di aver contribuito in qualche misura a dar vita a un progetto complesso, ma che riserva attimi di divertimento puro, oltre che di riflessione e di commozione. Realizzato con amore e dedizione come un buon prodotto di artigianato di una volta. Un disco che viene da lontano.

Alberto Menenti